Ok. Va bene. Eh? Dai.

lunedì, 21 luglio 2008
15:10
In: metallo, eventi notevoli, và che gente, holidayonice, outside my yard, rock on, pensione anticipata, rimasti dentro

Ok, va bene. Con calma. Mi sta effettivamente un pò scappando di mano la situazione. Perchè non è che non ci sono più, eh. Ci sono, eh. Solo che devo tirare un pochetto il fiato.

Sono successe tante cose, e la cosa più strana è che probabilmente a voi non interessano. Ma io ve le scrivo lo stesso, tiè, perchè il blog è mio, e anche la palla, e quindi voi non potete giocare.

Andiamo per ordine? Naa, sarebbe contrario all'etica di tutto questo ambaradan. Mica si chiama Ordine Sparso così a ufo.

"I've got a fever, and the only prescription is
more cowbell"

Partiamo coi viaggi! Sono andato a Londra, santi numi! Londra, quella figa. Londra, quella dove si mangia inevitabilmente male. Londra, quella della metropolitana che ci si mette un pò a capirla ma poi dopo vai che sai di strinato. Londra, quella dello sconfinato British Museum, culla dei furti anglosassoni nel mondo, che merita tutte le 4 ore di visita. Londra, quella che ridefinisce il tuo concetto di "ostello spartano". Londra, quella, in questo caso, del concerto dei Blue Oyster Cult. Viva i campanacci.


" 'a voglia!"

E mica è finita, sono anche andato a Firenze! Probabilmente, andando in Tenessee, o in Oklaoma, si sarebbero incontrati meno americani. Ma, signori, ne vale tremendamente la pena. Gli ostili tiri barbini del fato scivolano in secondo piano dinnanzi ad una città così bella, che nemmeno il ricordo del procrastinato esame di storia dell' arte moderna riesce a scalfire, sostenuta dalla migliore delle compagnie possibili, in assoluto. Viva l'enogastronomia.


" Fear of the Duck"

Ho partecipato alla mia seconda edizione del Gods of Metal, tornato nella sua cornice più opportuna e classica, l'arena Parco Nord in quel di Bologna. Il Gods è bello per l'atmosfera, per la gente che ci gira in mezzo, per quelli che conosci, per quelli che non conosci ma che è meglio così, per quelli che incontri lì e magari del metal gliene frega anche poco, per il caldo che non perdona e per l'assenza di ombra. Per brevità, dirò solo degli Apocalyptica, che porco cane, sono proprio bravi, con i loro ingombranti cellos e il loro ingombrante headbanging e di loro, le Vergini di Ferro, forse il primo gruppo metal che ho ascoltato in assoluto (e come me milardi di ragazzini dalla fine degli anni 70 ad oggi, tra l'altro) anzianotti a prima vista ma incredibilmente capaci di zompettare, interpretare, infiammare il pubblico e, come direbbero i ragazzini di cui sopra, "spaccare". Viva gli Airon Meiden.


" Leziumo Summer Festival "

Grazie a questa grandiosa festa e al suo indiscusso patrono et organizzatore, torneranno a suonare gli Outside my Yard. Non dico siete tutti invitati perchè in fondo mica è casa mia, però siete tutti invitati a sentire Pietro per farvi invitare, questo si. ^^ Viva i pierofestival.


" A zero al tronco"

Sapevo che sarebbe successo, prima o poi avrei ceduto. Non se ne esce fuori mai. Ti sembra di vedere la fottuta luce in fondo al tunnel, e invece no, niente, è solo un tir che ti riporta indietro. Ho ricominciato a giocare di ruolo dal vivo. Shame on me, shame on me, mi sono anche divertito. Diretto veleno, terrore ordine uno, paralisi, disperdo, mamma mia. Viva le spadine.


" Ain't afraid of no ghost"

Dimenticavo, tra l'altro, oggi dopo pranzo davanti a casa mia c'era parcheggiata la macchina dei Ghostbuster. E con i fantasmi, oggi, siamo a posto. Viva l'incrocio dei flussi.


Uff, ok. Ho tirato fiato. Possiamo ricominciare. Vi auguro una buona estate e vi ricordo di uscire nelle ore più calde, assumere pochi liquidi in particolare se siete cardiopatici, anziani, vetusti, venusti, impermeabili e opliti.



Vi saluto, state bene!


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Oracolo by Night

lunedì, 02 giugno 2008
22:59
In: epicita aziendale

Riassunto delle puntate precedenti: il nostro viene scelto dalla mighty goddess of our employees per cercare tale Faroldi, che non si mica bene chi è. Sfugge dall'inferno e dalla sua scuola media (ben più pericolosa del primo), e la dea attraverso una stampante ad aghi gli dice di andare a cercare l'oracolo. Con un ciao.


VI


E' strano come a volte facciamo cose senza sapere esattamente perchè. Siamo convinti che vadano fatte, ma la nostra è una convinzione fumosa, vaga, che non appena ci si pensa un attimo svanisce. Il punto è che, a volte, non ci si pensa affatto. A volte, si fa perchè si fa. Oh, non siam mica tutti come Poi, eh? Si, Poi, quello del senno. Lui fa il furbo, ma così è troppo facile. Tsè.

Il vento mi sferza la faccia. Ma è quel vento che c'è solo nelle sere d'estate, quello che profuma delle cose che hai fatto, e non mi da fastidio. Le molle del seggiolino cigolano. Sigano, è il termine tecnico. Caricato come una molla dalla conferma che avevano scelto me, proprio me, me me me, ero andato tranquillo a cercare l'oracolo, perchè tanto si, dai, me lo ricordo dov'è che è quel posto lì, è quello che, ma sì, vicino a, che poi dopo giri di lì, no, e che poi praticamente passi vicino a quell'altra strada là, che però non è quella, è quella dopo. Perso. Ok, calma. La netta sensazione è di esserci vicino. Che è poi quello che pensano appena prima di svenire gli esploratori. Calma. Bè, potrei sempre chiedere a qualcuno...alle 3 di notte...quartiere industriale...molto industriale...parcheggi deserti...un solo e sconsolato platano che chiede arborea pietà...l'immagine più sincera del vuoto spinto sulla terra. Magari non chiedo a nessuno. Il ciao inizia a tossire. Lo sapevo che sarebbe successo. Non c'è cavalcatura divina che tenga, quando finisce la miscela ci si ferma. Quand' ecco che dall'altra parte della strada, vicino alla ringhiera zincata di quello che senza che nessuno possa sospettarlo è un mercato ortofrutticolo, noto qualcosa. Qualsiasi cosa avessi visto, sarebbe spiccata in mezzo a quel livido niente notturno fatto di asfalto. E un po' di platano, si, si, certo.

Metto il ciao sul cavalletto e non lo chiudo, perchè tanto così non vanno molto lontano anche se me lo prendono su, e perchè soprattutto non c'è un anima. Attraverso la strada, da povera vittima di anni di vita urbana, sulle strisce illuminate dalla pallida luce dal mesto, ostinato lampione e riesco a capire cosa c'è dall'altro lato della strada: una Uno. Una Uno dell'unico colore possibile per le Uno, verde petrolio. Non distinguo ancora il colore per via del buio, ma lo so che è verde petrolio. Io riconosco la macchina, ma la macchina riconosce me, perchè lampeggia. Ci-cik. La mia serenità scema lievemente, ma tant'è, non è che la scelta sia poi così ampia. Faccio qualche passo verso la vettura, sfoggio il sorriso preferito dalle nonne e, agitando la manina, sbotto in un “buonaserascusiseladisturbolechiedevogentilmenteuninformazio – ne”. Dalla macchina scende un robusto omaccione, che l'oscurità non mi permette ancora di vedere bene. La mia serenità ne risente ulteriormente. Ha le spalle larghe, i capelli ricci, e mentre mi avvicino lui mi aspetta dietro la portiera. Vado un po' più vicino, e vedo che i ricci sono biondi, voluminosi, e sul viso ha un ombra di barba; io riprovo l'approccio con un “mi scusi per l'ora, ma credo di essermi perso, e allora le chiedevo se...” e lui chiude la portiera, mostrando una ingombrante gonna di tulle e urla, con le braccia al cielo: “ammmore! tutte di informazione che tu vuoi, sa!”. Emh. La mia serentià subisce un tracollo spaventoso. Rimango fermo, e mi perplimo. L'omone si fa avanti, e ormai nemmeno il buio pesto può nascondere il rossetto dato con manone fatte per, chessò, fare il fornaio, il muratore, il wrestler, le unghie lunghe e finte, le calze mille denari che ci provano, ma non ci riescono a nascondere le gambe irsute. “Tèsoro, dimmi quello che tu ti vuoi, dimmi di tutto a tua Prisssìlla” incalza lui. “No, guardi, aspetti, sa signor, cioè, volevo dire, ecco, Priscilla, giusto?” “Certo ammore, tu di me chiamare come tu di vuolere”. Passi brevi, passi continui verso la strada. Calma. Molta calma. “No, ecco, è che insomma, io volevo chiedere solo se...” “Cinquanti la bocca i centi l'ammore.” “NO, no, iddio no, no, c'è stato un equivoco, ecco, no, cioè, non che, no, proprio no, ecco, no, insomma, no” “Tu di essere trioppo timìdo, no di avere paura di signòrina come di me, io si sapere cosa piacere a voi ometti”.

In quel momento, mentre mi sforzavo disperatamente di pensare agli ometti da attaccare i panni per mantenere la sanità mentale, una luce abbagliante squarcia la sorda penombra del parcheggio deserto, e due potenti colpi di acceleratore in lontananza sembrano anticipare un temporale di gocce di gasolio. Per un attimo vedo in quei grossi e rotondi fari che mi abbagliano una rassicurante via di fuga. La colossale figura romba e si avvicina a gran velocità. Subito dopo mi torna in mente che mi zia mi diceva sempre che raramente le cose grosse, rotonde e abbaglianti sono rassicuranti. Succede tutto in un attimo, e io ho solo il tempo di perdermi nella straniante sensazione di deja-vù. Un grosso e terribilmente arancione autobus di linea, per la seconda volta in pochi giorni, mi sta caricando. Devono aver scoperto il mio evasivo rapporto con la macchina obliteratrice. Come già l'altra volta, scorgo distintamente il bieco ghigno dell'autista che spicca come una collana di piccoli diamanti nel buio della cabina. Forse da solo non sarei riuscito a scappare, come l'esperienza già ci suggerisce. Forse non avrei fatto in tempo, pensando ad una elegante similitudine con i denti dell'autista, a saltare di lato per scansare. Fatto sta che Priscilla, l'omone vinaccia, mi si butta addosso, facendoci rotolare vicino ad un bidone della spazzatura e lontano dalla traiettoria del mezzo pubblico amico del verde. Fatto sta che, nel farlo, mi tocca anche il culo. “Di che tu stai bbene, ammmore?” “Si, grazie, però, mmh, ecco, mi chiami tipo per nome, o magari mi faccia un fischio, o mi indichi, ecco...”. La furia color solero non si placa, e dopo aver lasciato buona parte dei suoi alti copertoni sull' asfalto del parcheggio, manovra sbuffando folate di aroma cittadino. Mi rialzo e inizio a correre sul marciapiedi. Mani di fata mi segue. Mi sento dannatamente indeciso su quale sia la minaccia maggiore. Intanto l'autobus ha girato la sua poco aereodinamica massa e ricomincia la sua inesorabile galoppata diesel. Devo trovare qualcosa dove nascondermi. Ma non è che ci sia molta scelta. Il bidone del rudo? Quello che poco più indietro viene scaraventato in aria al passaggio dello sbuffante bestione mi persuade a cambiare idea. La fermata del bus? Sarebbe chiedere troppo uno slancio di attaccamento al lavoro a quest'ora, in questa condizione, per giunta da un dipendente comunale. Il bus è sempre più vicino. Quand'ecco che vedo il Ciao, inerme, come se non avesse notato nulla di strano, come se non sentisse il crescendo di archi e fiati che mi sto facendo io nella mia testa. E' vero, direte voi, è finita la miscela. Però visto che ogni altra via mi appare poco praticabile, salto sul sellino, lo tiro giù dal cavalletto e comincio a pedalare. E comunque questo tono saccente è fastidioso, quindi smetterla un po' alla sveltina. Pedalo come Bartali in salita. Bè, come Bartali con una gomma sgonfia e le gambe ingessate, in fondo è pur sempre un Ciao. Con leggiadria impareggiabile, tenendo con una manina la gonna, si scaraventa sul porta pacchi Prisssìlla, mettendo a dura prova a) la mia stabilità b) l'integrità del motorino c) la mia già peraltro incrinata speranza.

Ma mentre cercavo di non stamparmi di muso per terra e continuare a pedalare, un brillio sul lato del Ciao mi fa capire quanto maledettamente sia stato stupido. Mi fermo. “Ma ammore, dobbiamo di scappare da bruto iatobus!”. Non l'ascolto. Mi inquieto, ma non l'ascolto. Posso quasi sentire il caldo del radiatore alle mie spalle. Giro la levetta sul fianco del carter. L'autobus accelera. Pedalo. Va in moto, era la levetta della riserva. Mi tolgo per un soffio dalle sue grinfie, e lui finisce la sua corsa contro il solo, povero, sparuto lampione dell'intera via. Come in un mare di scintille, il lampione si piega, l'autobus si ferma e io do gas, pensando la maniera di risolvere il secondo problema della serata, quello con le unghie finte.

 

-fine sesto episodio-



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Calciofilia patriottica improvvisa

lunedì, 12 maggio 2008
17:57
In: eventi notevoli, và che gente, ducal città

Come la maggior parte di voi persone che buttate il tempo leggendomi sa, io non sono esattamente un appassionato di calcio. Con gran gioia di mio babbo, per altro. E non tanto per l'innata avversione nerdesca verso gli sport, figurati, a me piace anche, stupida primavera piuminosa permettendo, far due corse in un prato. Quello che mi va poco a genio dell'italico sport per eccellenza non è l'atto di dar calci al cuoio cucito in forma sferica, è tutto quello che ci sta intorno. L'assurdo monopolio sugli altri sport, l'altrettanto assurdo obbligo morale che si ha di dover esserne appassionati, l'ingiustificabile giro di daneè che ne è diventato la vera anima, il servire come scusa dai peggio deficienti, il non essere capace e l'altrui prendermi sempre in giro. Si, va bè, forse più che altro per questo, ma il punto è un altro.

Il punto è che la settimana prossima finisce il campionato. E, come spesso succede, le ultime partite decidono chi vince lo scudetto e chi va ad essere deriso nella serie B. E di per se la cosa non è che mi tocchi. Nello specifico, quest'anno, pare stia quasi per vincere l' Inter, e che il Parma, cullato forse da formaggio e prosciutto, stia scivolando nell'inesorabile baratro. E vi dirò, non mi tocca granchè nemmeno tutto ciò.

Per farvi capire, devo raccontarvi un'altra storia, ben più triste. E' stata messa in prima pagina da Feltri qualche giorno fa sul suo quotidiano, e mi è parso di sentire che ne hanno parlato anche in un qualche tiggì. La storia riguarda la candidata a vincere il gagliardetto tricolore di quest'anno, l'Internazionale di Milano. Nella bucolica ambientazione dove hanno luogo gli allenamenti della squadra nerazzurra aveva preso l'abitudine di girovagare un gatto. Un gatto come tanti, normalmente felino, ma dallo splendido pelo nero. Probabilmente si accucciava ai bordi del prato a cercare di capire il misterioso motivo che muoveva tutti questi ragazzoni in braghette corte a correr dietro ad una palla, e probabilmente gli sfuggiva, ma tant'è, faceva il suo mestiere di esser gatto. Nonostante il medioevo sia finito, i coglioni stazionano convinti ancora sul nostro pianeta e, finite le risorse di streghe, devono riversare la loro infinita stupidità su scale, specchi e... gatti neri, inevitabilmente. Non saprei dire chi per primo ha avvistato il nostro amico dal pelo fulvo, ma sta di fatto che nel giro di poco tempo tutta l'installazione calcistico-superstiziosa lo additava come malaugurante, come jettatore patentato, come causa ultima d'ogni male. E già. E quindi il passo è stato breve, e in un attimo l'obbiettivo delle loro scarpette chiodate è stato cambiato dal pallone al sedere del micio. Lo spogliatoio di una squadra di calcio, non me ne vogliano i praticanti, non è di certo noto per il riunirsi di intelligenze fini, quindi immaginate quante ne hanno fatte passare a questo gatto, reo soltanto di avere il lucido pelo color della notte.

Tra questi intelletti superiori però, come spesso accade, ne emerge uno in particolare, più furbo del cioppo, più scaltro, maledettamente intelligente. E nello specifico, prende il nome di Figo. Che già il nome è un bel programma, eh. Anche lui mosso dall'intento di punire il malefico felino come i suoi degni compari, un bel giorno si trova nella posizione di poter dare la svolta alla vicenda. A bordo della sua Jeep, una di quelle cose enormi ed egualmente costose che comperano le persone troppo ricche e troppo stupide per capire che no, non c'è nulla da guadare nel raggio di chilometri e chilometri, vede il nemico dai baffi lunghi e dalle orecchie a punta. E fa esattemente la cosa che ci aspetteremmo da una persona stupida, gretta e meschina come la caricatura del giocatore di pallone: investe il gatto. Questo fig(li)o di puttana vien su fin dal fottuto Brasile per ammazzare un gatto (assassinare, forse, è la parola giusta) pensando anche di essere uno sgaggio, correndo dai suoi compagni per divulgare la lieta novella, abbiamo vinto, l'orribile mostro miagolante è sconfitto, viva le Jeep.

Partiamo dal concetto che per me, uno così, non è che merita di perdere una partita. Uno così, per me, non merita neanche di continuare a respirare. Però non così, tutto in una volta, ma lentamente, prima stirato da un camion, con il tempo di sentire distintamente tutte e duecento e passa stupide ossa brasiliane sbriciolate, e poi divorato da un branco di animali a vostra scelta non così affamati da mangiarlo con furia ma con estrema calma. Calma, calma, il segreto è la calma. Detto ciò, torniamo all'inizio del nostro post e facciamo un quadro più preciso della situazione calcistica attuale. Il Parma, per evitare di andare in B e soprattutto di rendere impossibile a me di girare in zona stadio-Petitot il sabato pomeriggio in macchina una settimana si e una no, deve vincere la prossima partita. L' Inter, la squadra della suprema intelighentia, per poter ostentare il verde, il bianco e il rosso sulla propria magliettina in tessuto tecnico l'anno prossimo devono, anche loro, vincere la prossima partita. Il caso vuole che domenica prossima, come vi dicevo ultima domenica di campionato, si giochi Parma - Inter.

Signore e signori, voi non ci crederete, ma sono diventato improvvisamente uno SFEGATATO tifoso parmigiano; sciarpa, trombetta e striscioni con rime che a me Dante non mi gruppa neanche le scarpe. Forza Parma, perdio. E voi no?


Vi saluto, state bene.


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Cinque son tanti, però

domenica, 13 aprile 2008
22:57
In: eventi notevoli, gaudeamus igitur, ociò al blog, avguri, siffatta

Le dieci di domenica, e ho già gli occhi stanchi. Già da un pò, a dire il vero. E' stata una settimana pesa, questa qua. Però sono uno di quelli a cui piacciono le tradizioni. E se le tradizioni non ci sono, si inventano.

Con questo ammasso di sciocchezze scritte in Arial condite di html mi appresto ad iniziare il quinto anno. E non sembra, eh. Pare l'altro giorno che provavo a scrivere cosine di dubbio interesse nell'etere, quasi convinto che fregassero davvero a qualcuno. Guardalo lì, il discorso da pensionato che salta fuori. Vè, andiamo alla Conad che c'è quella che fa assaggiare il caffè? No, rimango dai lavori in corso, oggi fanno il marciapiede.

Ho iniziato a scriverci in occasione della festa delle matricole, quindi lo considero un pò il compleanno di questo blog. Non che quest'anno mi abbia preso molto, eh, anzi. Me ne sono accorto solo per l'acre quanto strano odore di vino sotto i portici di via Mazzini. L'anno scorso ci avevo provato a dare la mia personale interpretazione della festa delle matricole, ma quest'anno passo, và. Liscio la feluca per l'anno prossimo, tanto quella torna sempre buona.

Oggi poi è anche giorno di votazioni, e meno male, perchè la campagna elettorale questo giro è stata spossante, e addirittura più fastidiosa del solito. Anche perchè, ricordiamoci, la soluzione non è stare a casa ma andare a votare. E appiccicare la figurina panini di un qualche giocatore d'essai.

E' ovvio, da un anno all'altro succedono mille mila cose, ma quest'anno secondo me più del solito. Però ci sta, dai, ci sta da cine. Anzi, povera me se non fossero cambiate tante cose. E per ripensare all'anno trascorso, e a quelli ancora prima, non posso fare a meno di ripensare alle cose scritte nel blog, di cui dai, nel bene e nel male, son comunque orgoglioso. Non che siano particolarmente intelligenti, sensate o - iddiononvoglia - utili, ma perchè mi ricordano a quello che pensavo in quel momento, che magari non sempre rispecchia il contenuto dei post, ma è parte del gioco. Un pò come riguardare, di tanto in tanto, le foto degli anni passati, con le loro situazioni che si pensava giusto immortalare, con le loro facce che son cambiate ma che ricordi perfettamente, con i loro soggetti che pensavi non cambiassero mai ma son rimasti uguali solo lì. Il blog, in fondo, nasce per essere un diario di bordo, una traccia lasciata sulla rete. Che sia per voi o per me, questo, non saprei dirlo.

Quindi grazie ad ordinesparso, che tante volte mi sa briga aggiornare, qualche volta ho pensato di chiudere, ma che, fedele, aspetta che mi torni la voglia di pigiare sui tasti.
E grazie a voi che mi leggete, che commentate, che passate, che mi dite che leggete e invece miga, che aspettate che io scriva o che mi pregate di non scrivere, perchè mica sempre si può dire tutto, anche se lo si pensa.

Siffatta. Così, per giustificare il tag.

Vi saluto, state bene!


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Dei dadini, delle pugnalate e dei tiri salvezza

sabato, 08 marzo 2008
15:31
In: personaggi, saluti, pensione anticipata, rimasti dentro



La notizia è di qualche giorno fa, e in questo periodo mi colpisce particolarmente: all'età di 69 anni ha fallito il suo ultimo tiro salvezza Gary Gygax, il papà del più famoso e diffuso gioco di ruolo al mondo, Dungeons & Dragons.

Affrontare l'argomento dadini poliedrici con chi non è dell'ambiente è sempre cosa rischiosa. Perchè la possibilità di non essere capito è alta e anzi, si corre il rischio di essere guardati come biechi relitti della società. Che dico rischio, la certezza. Ma la notizia della scomparsa di questo omone con la barba e il codino che girava con improbabili camicie hawaiane mi colpisce davvero. In fondo io mica lo conoscevo, era poco più di un nome sulla copertina cartonata di manuali di regole che definire terribilmente complicate è un gentile eufemismo. Ma forse è questo uno degli aspetti che mi piace di più di questo hobby che, come citava la storica ultima pagina del manuale del giocatore, richiede “solo carta, penna e la tua fantasia”; il fatto che tanto chi è estraneo rifugge il rimasto dentro reputandolo nel migliore dei casi pericoloso, così invece chi in gioventù ci è volato dentro con tutte le scarpe si trova quasi parente con chiunque abbia avuto tale analoga disgrazia. Perchè anche se non ha idea di chi hai davanti, sai che anche lui, come te, ha passato interi pomeriggi di sabati assolati murato a casa dell'amico ad aspettare il master in sempiterno ritardo, attrezzando nel frattempo il tavolo togliendo il centrino della nonna e sostituendolo con fogli di carta logori e bisunti, pile di manuali e dadi di forme che stupiscono, ma stupiscono davvero; sai che anche lui ha passato notti insonni nel vano tentativo di concludere estenuanti combattimenti con draghi di metalli che fino al giorno prima ignorava esistessero (il drago di cromo-vanadio!); sai che anche lui ha giurato sulla testa di tutti i parenti vicini e lontani che no, assolutamente no, non si sarebbe più fatto fregare, non avrebbe più sperperato i sudati due soldi che riusciva a mettere da parte in manuali di ambientazioni che non avrebbe mai usato salvo poi cadere in ginocchio, folgorato, come un novello pastorello di Fatima, davanti al bancone del negozio urlando in lacrime che senza QUEL libro il suo mondo non sarebbe stato lo stesso; sai che anche lui ha tentato, a più riprese, di spiegare a qualcun'altro cos'è un gioco di ruolo, perchè lo si fa e sai anche che, sconfortato, dopo ore di spiegazione, alla domanda dell'altro “si, ho capito, ma chi è che vince?”, gettava miseramente la spugna.

Trent'anni fa il signor Gygax ha gettato le basi di ogni tiro iniziativa e di ogni TACH0, di ogni taverna chiassosa e di ogni attacco di goblin, di ogni confronto chierico/tre pozioni di cura ferite gravi, di ogni oggetto magico usato senza identificare, di ogni ciotola di patatine in mezzo alla tavola circondata da dadi, passate attraverso infinite varianti, sfumature, edizioni (per altro, chi scrive, a qualche mese dall'uscita, è spaventato dalla futura 4a edizione di D&D oltre che indignato dal furto del bardo dalle regole base), e sapere che non c'è più mi fa vedere il mondo come un posto un po' più triste. Un uomo che ha ispirato milioni di ragazzi e che fino a due settimane fa ha ospitato un torneo a casa sua. Dovrebbe essere sempre così, anche se così, purtroppo, non è. Le mie righe non sono certo per diffondere la notizia, perchè chi lo doveva sapere lo sa già. Sono, se volete, un ringraziamento.

Perchè non è cercare di sfuggire dalla realtà, è vederla con occhi diversi.


Gary Gygax


Gary Gygax

1938 - 2008

 

Vi saluto, state bene.


Grassie a  jinx.com e wikipedia per le immagini.


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mercoledì, 20 febbraio 2008
23:43
In:

Riassunto delle puntate precedenti: l'eroe scelto dalla dea delle segreterie et uffici tutti per cercare il misterioso Faroldi viene piallato da un bus di linea. Riesce a fuggire dagli inferi attraverso dando in pegno la sua anima ad una ditta che vende libri per corrispondenza e si ritrova nella sua scuola media, dalla quale scappa per un pelo e si ritrova davanti ad una stampante.


V


Vvvt. Dvv dvv viiit. Dv dv dviiiiiiit. Ammetto che all'inizio l'effetto sorpresa era notevole. Una stampante in mezzo alla strada, caspita. Una stampante che inizia a buttar fuori un foglio di carta appena mi avvicino, però, mica male. Solo che le stampante ad aghi, oltre ad essere ormai rare da trovare, oltre ad essere onnipresenti nei film dei tardi anni 80, oltre ad essere vintage, se proprio vuoi, hanno un altra importante caratteristica che le penalizza notevolmente: sono ad aghi. E per stampare ci mettono davvero tanto. Dvvt. Dvv vvit viiiit. Dviiiiiiii.


Intanto è calata la sera, io sempre nell'angolo della strada, dietro all'edicola ma, di colpo, mentre spiego ancora una volta all'edicolante che si, ho capito dove sono le riviste per ometti ma no, grazie, non m'interessano anche se ci sono interessanti novità che mostrano nuove possibili interazioni tra idraulici e casalinghe, davvero, grazie, l'alienante e discontinuo rumore che ha causato più di una strage in più di un reparto contabilità, cessa. Mi avvicino e prendo il foglio a modulo continuo del destino. Del mio destino. Io mica leggo i fogli del destino degli altri, per chi mi hai preso, sono una persona a modo, io. Il suo courier new grigio stanco mi parla chiaramente.


prescelto

la missione affidatati è di pregnanza preponderante

interloquire devi con l'oracolo

che il celato cammino palesarti potrà

sveltisciti pertanto

a scandagliare la strada

donde lo smercio de vegetali ha sede

talché laggiù

colei dai vestimenti color vinaccia

professa la sua perizia


Aldilà del fatto che su quarantadue parole, escluse le congiunzioni, potevo dire di avere piena consapevolezza di meno di un quarto, più o meno il senso era chiaro. Cioè, no, però avevo capito cosa dovevo fare per saperne qualcosa di più. Voglio dire, l'oracolo un po' il suo mestiere lo saprà fare, no? Conoscevo grossomodo anche il posto, ma da quel che sapevo era piuttosto lontano, e i piedi sembravano l'unico tipo di mezzo a mia disposizione, perché chissà dov'era finita la mia Punto_Grigio_Ponga... ma proprio in quel momento, come se mi fossero scappati dalla testa i pensieri, un lampo rischiarò il cielo senza luna di quella sera, e il lampione che, terribilmente compromesso dai morsi dai minuti meschini della scuola media poco distante forse fuori in gita, indugiava ostinatamente spento dall'altro lato della strada si mise a rovesciare luce gialla-illuminazione stradale di periferia sotto di sé, dove sembrava ci fosse qualcosa di ancora più luminoso, ancora più luccicante. E io, cosa faccio, non ci vado vicino? E' lo stesso principio di quanto vedevi le mille lire d'estate sulla spiaggia: sai che c'è il filo, sai che se ti chini per raccoglierle rallegrerai la giornata a un gruppo di due o più annoiati giovanotti, ma non puoi resistere, devi perlomeno fare il gesto di prenderle. E così vado. Più mi avvicino, più l'abbagliante chiarore diventa più tenue, e la forma sul marciapiede si fa distinta, distinguibile, con le pedivelle. Adesso si che avevo la certezza la dea delle operatrici segretariali mi aveva davvero scelto come suo araldo, vaccal'treno. Mi aveva dato una cavalcatura, come ogni eroe che si rispetti. Un fido compagno che mi avrebbe scortato nelle infinite peripezie che avrei dovuto affrontare.

Un Ciao.

Va bè, oh, non è che c'è da prendere per il culo eh, voglio dire, a voi mica vi ha dato niente nessuno, è a me che le divinità...si,si,ho capito che è un Ciao, però cioè, voglio dire, ridere così non sta mica bene, lasciate pur lì.

Il Ciao è potenza, il Ciao è destrezza, il Ciao è libertà, il Ciao va a miscela. Appoggiato sul suo cavalletto mi ammicca con il suo specchietto sinistro. L'unico, peraltro. Come per spronarmi a partire. Io salto in groppa, mi metto in piedi sui pedali, tiro la manetta dell'aria, e pedalo, pedalo, pedalo. Sento il rumore nello splendore dei suoi due tempi, lo sento crescere, lo sento come se fosse il rombo di mille...bò, di mille biciclette con la cartolina della zia da Igea Marina tra i raggi. Ad un mio cenno del bacino il Ciao scende dal cavalletto, e io do gas. E lì non c'è n'è più per nessuno, eh. Arrivo fino in fondo alla strada, l'edicolante lascia cadere “Ce l'ho io il giratubi ep. 15” e mi guarda sfrecciare ad una non del tutto definita velocità (perchè mica c'è il contachilometri sul Ciao, anche troppo che c'è il fanale) con l'espressione fissa in un O di stupore, e poi faccio quello che tutti quelli che si definiscono vivi devono aver fatto almeno una volta nella vita, perchè altrimenti stanno contando una fetta: come un novello cavaliere della tavola rotonda, freno, poggio il piede a terra, curvo con il motorino, giro a randa l'acceleratore e faccio una penna col Ciao che fin l'asfalto mi guarda ammirato e dice tra sé <ehlamadonna!>, e poi sfreccio via, nella notte.


- fine quinto episodio -


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"Terenziani ha punto il banco"

domenica, 27 gennaio 2008
21:30
In: natale, tales

Ne sono certo, tutti voi avete almeno un aneddoto, una leggenda, un racconto che ad intervalli più o meno regolari rispuntano fuori, e non importa quante volte li hai già sentiti. Rispuntano, inesorabili, te ti distrai un attimo e tac, cuchè, ti agguanta e ti rimane abbarbicata almeno fino a quando non ha finito di srotolarsi.

E si, sono altrettanto certo che a voi sia perlomeno venuto il dubbio che io vado matto per le reiterate fole che mi si contano. A me piace contarle, come potrebbero non piacermi da ascoltare? Lo scorso Natale mio nonno è venuto a pranzo a casa mia. Il nonno Ugo. E così, d'un tratto, quando meno me l'aspettavo, ha tirato fuori questa storia qua, che, sinceramente, ho sentito un numero di volte tale che non riuscirei nemmeno a quantificare. E ho riso, pur sapendo perfettamente come andava avanti, ogni secondo.

Perchè, in fondo, lo sappiamo tutti, una volta la scuola era diversa. Se un giovane virgulto odierno torna a casa e dice che la professoressa gli ha dato un voto che in fondo così bello non è, il babbo va là e buca le gomme alla professoressa. Se io tornavo a casa a dire che la maestra mi aveva dato una nota sul registro, mia mamma mi dava una pattona. Figurarsi quando mio nonno e tornava a casa a dire a sua madre che la maestra gli aveva dato una ceffa. Lei, nel migliore dei casi, gliene dava due. Così, perchè se te la da, c'è un motivo. Bè, insomma, fatto sta che in quella scuola che non assomiglia molto alla nostra, quel giorno erano arrivati i banchi nuovi. A dirlo ad alta voce si sentono ancora le "ooo" di stupore adesso. I banchi nuovi. Ma nuovi di pacca, nuovi di ballìna, con le loro finiture di ferro brillanti, il legno liscio, intonso, immacolato. Nuovi nuovi. Quando allora arrivava la roba nuova, era avvenimento mica da tutti i giorni. Quasi da sagra. Ma il destino beffardo ha voluto che il banco non fosse l'unica cosa nuova che mio nonno avrebbe avuto la soddisfazione di spianare quel giorno. Oh no. Si da il caso che suo babbo [il mio bisnonno, per amore di cronaca] gli avesse preso un altrettanto nuovo compasso. Ah, il compasso. Che figata. Mio nonno già s'immaginava i mille mila cerchi intersecati che avrebbe potuto disegnare, sotto gli occhi invidiosi dei suoi compagni di classe accecati dal suo sfolgorante compasso nuovo. A volte la smania può dare alla testa, può farti perdere di vista la differenza tra quello che puoi o non puoi fare. Può, ma non è che lo fa sempre. Mio nonno sapeva benissimo che il compasso nuovo e il banco nuovo sono una coppia che va gestita con cautela. E con la cautela di cui sopra, avvicina la punta del compasso al banco, per vedere l'effetto che fa quando lo giri, ma chiaramente senza appoggiarlo, metti che qualcuno ne abbia a male. Il fatto è che, purtroppo, a scuola non ci si va mica da soli. Forse sarebbe più noioso, ma si eviterebbero tanti problemi. Oh si, e questo lo posso dire anche in base alla mia personalissima esperienza. Ognuno ha il suo compagno di banco, a mio nonno toccava Bruno Catellani. Per gli amici, Brunò. Anni dopo l'incresciosa vicenda, quando mio nonno e il suddetto Brunò si sono incontrati di nuovo, mio nonno non ha perso l'occasione di provare a chiedergli se per caso si ricordava, di quella volta là, sai, ti ricordi, a scuola, che poi dopo, ma niente il nostro Brunò non ricordava nulla. Pensa te, la memoria, delle volte. Bè, ma non divaghiamo, abbiamo lasciato mio nonno e la sua puntina del compasso a pochi millimetri dal banco nuovo nuovo nuovo. Quando si è sicuri di non fare nulla di male, perchè si sa che si corre il rischio, ma si sa anche che si è stati attenti proprio per quel motivo lì, si è inconfutabilmente tranquilli; e così era mio nonno, perlomeno fino a quando Brunò, che stazionava di fianco a mio nonno, con voce sicura e ferma, alza la mano ed esclama “Signora Maestra, Terenziani ha punto il banco”. Lè. A volte si possono risolvere tante cose parlando, spiegando, cercando di dire che no, non è andata così. Si, ma a volte, mica sempre. A volte non ci resta che aspettare l'inevitabile, e sperare che non sia così tanto male quanto il suono della parola “inevitabile”. Mio nonno era già pronto a sentirsi travolgere da un cavallone di nomi, poteva quasi vedere la riga che si abbatteva sulle sue dita tese, poteva già sentire l'odore di polvere che si sente solo da dietro la lavagna. E invece niente. La maestra, impassibile, non muove un muscolo e continua a fare quello che deve. Ecco, vedi? Delle volte ci si preoccupa per niente. Delle volte si da poca fiducia alla gente che poi guarda, capisce senza neanche bisogno di spiegare che non è colpa tua. Quel giorno c'era il tema, ed era consuetudine della maestra, a fine lezione, aspettare gli alunni alla cattedra, prendere il tema, darci uno sguardo e poi, e solo allora, congedare i bimbini autorizzandoli ad andare a casa. Mio nonno, quel giro lì, era particolarmente soddisfatto del suo operato: in un tempo moderatamente breve, anche perchè aveva interesse a slegare l'asino alla svelta e tornare a casa il prima possibile, aveva riempito quattro facciate di foglio protocollo, e tutto sommato non gli pareva neanche di aver scritto male. Si alza, va davanti alla cattedra, consegna il foglio alla maestra aspettando di sapere se i suoi sospetti sulla qualità del suo scritto fossero fondati ma più che altro aspettando di andare a casa. Ma la maestra non guarda nemmeno il foglio, lo prende e lo fa in quattro pezzi. Laconica come solo una maestra delle elementari può essere, dice “vai al posto, rifallo”. E son cose dure da accettare, eh. Mio nonno torna al posto, inforca la penna e giù, via, riempie altre quattro facciate di foglio a righe, ancora più alla svelta, ma cercando di scrivere meglio di prima. Torna alla cattedra, consegna e STRAP, “vai al posto, rifallo”. Ovviamente al secondo rifallo capisci che non è una cosa intrinseca del tema, e, in cuor tuo, notando per altro che in classe ci sei rimasto solo che te, ringrazi Brunò. E lo ringrazi ancora di più se alla seconda volta se ne aggiunge una terza. E poi se il giorno dopo succede la medesima cosa. Figurarsi se succede anche il giorno successivo. Ed è proprio un peccato che a Brunò, nonostante il racconto, non riesca proprio tornato in mente di quella volta là, a scuola. Ah, la scuola.

 

Vi saluto, state bene!


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IV - Le sberle e la bocca dell'inferno

giovedì, 03 gennaio 2008
19:29
In:

Riassunto delle puntate precedenti: il nostro viene contattato dalla dea della somma segreteria che gli affida il sacro compito di trovare l’elusivo quanto sconosciuto Faroldi. Dopodichè, un bus lo stira e si ritrova in un burocratico aldilà. Con l’aiuto della fortuna riesce a fuggire e a tornare nel mondo dei vivi dall’uscita di servizio.

 

 

IV

 

Si pensa, alle volte, che una volta superato un momento difficile questo non si possa più ripresentare. Tutt’altro. Il momento difficile semplicemente si riserva di decidere quando tornare. Fa un giro di telefonate, si organizza, da uno sguardo alla sua piccola agendina che tiene nel suo marsupietto a tracolla che fa tanto giovine e poi via, torna a trovarti indisponente come il conoscente che indossa la maschera da amicissimissimo per chiederti in prestito la bici. Bici, per altro, che difficilmente tornerai a vedere.

Tornare al mondo dei vivi dopo essere morto è paragonabile alla sensazione di vago smarrimento e in districabile dubbio che si prova quando si riceve una sberla. Una ceffa in pieno volto, senza spiegazioni, senza attenuanti, così, sciaf. Una volta spinto il maniglione antipanico dell’uscita di sicurezza dell’aldilà, e dopo aver preso il suddetto simbolico manrovescio in_the_face, ci misi un po’ a capire dov’ero. Dovevo abituare nuovamente gli occhi alla luce, immagino. Vedevo finestroni illuminati, vedevo righe, vedevo colori imbarazzanti. Vedevo ceste metalliche, vedevo reti, vedevo pali. Vedevo palloni. D’un tratto, capii. L’ennesima sberla, per capirci. Stavo vedendo una palestra. Ma non una palestra qualsiasi, oh no, il destino è beffardo mica così, per l’aria che tira. Era la palestra delle mie scuole medie. Forse mi sarei dovuto stupire di più, ma perché prendersi in giro, in fondo lo sapevo da anni che la mia scuola era la bocca dell’inferno. Sapevo perfettamente, dopo anni di duro allenamento alla fuga dalle lezioni di ginnastica, che avevo poco tempo e che dovevo sparire, o l’aldilà sarebbe diventato un lontano e strenuamente anelato miraggio. Ricordavo che c’era una porta che dava sul cortile esterno, fra le rase che nel mio immaginario erano accoglienti come un piumone, il più era arrivarci. Barcollavo, barcollavo parecchio. Non mi ero ancora abituato alla vita ver. 2.0. Oh, ci vuole un attimo, eh. Metto un piede davanti all’altro, pian piano, mentre mi aggrappo con le mani che sembrano di gesso alla base del canestro da basket. Non fosse per i sibili delle scarpe da ginnastica strascicate stentatamente sul pavimento in plasticaccia della palestra starei senz’altro già meglio. IIIIIIIH. Fa nulla. Devo andare avanti. Provo a spostarmi verso la parete, ma ecco che, per non far torto ai proverbi, che se no altrimenti ci rimangono male, poveri, arriva di gran carriera il terzo sganassone moral-pissicologico, il suono della campanella, foriero di un gran numero di astuti e spietati assassini di ridotte dimensioni: i bambini delle medie.

Risulta difficile credere di essere stato parte di quel gruppo di biechi e sadici esseri, eh? Dopo l’esame di stato si viene scrollati e ci si divide in due gruppi, quelli che cambiano e diventano persone più o meno normali e quelli che rimangono bambini delle medie, assetati di sangue che ignorano l’umana compassione. Peccato che nella mia scuola il rapporto era di uno a cento. Sento i loro passi avvicinarsi, la porta per il cortile e le sue rassicuranti rase è dall’altra parte, decido che è troppo lontana. Posso solo sperare che non mi vedano e scappare per il corridoio mentre l’orda sanguinaria è a cambiarsi nello spogliatoio. Mi appiccico al muro a buccia d’arancia che ben conosce le manine sudaticce dei demoni in via di vestizione nell’altra stanza. Strenuamente anelato, di nuovo, così, perché mi piace. Mi sembra che l’ultimo bimbino sia entrato nello spogliatoio, forse la via è libera. Apro la porta della palestra e vado nel corridoio che la collega al resto della scuola. A volte quando si è piccoli si vedono le cose molto più grandi di quanto sono in realtà. Solo a volte, però, perché il corridoio è davvero lungo come me lo ricordavo. Mi avvio per lo sterminato passaggio cercando di fare meno rumore possibile per non attirare l’attenzione della vociante cricca intenta ad infilarsi in improbabili tute in acetato. Ma uno di loro esce, dicendo ai suoi compari che «waaaarh, mi son scordato la borsa in classe, porco dito», e mentre chiude la porta, mi vede. Lè. Non so bene come fa, ma capisce che non sono né un bidello né un professore. O forse non lo capisce, e semplicemente reagisce come se appartenessi ad una delle due categorie sopra citate. Cioè urla. Ok, va bene, adesso mi sa che devo correre. Non serve girarsi, li sento sciamare fuori dalla porticina, inferociti dalla mia presenza. Si spronano l’un l’altro al suono di tonanti “vaffancuore” e “faccia da culo da cane da caccia”. Dalle vocine sembrano di prima media, i più cattivi. Perfetto. Io continuo a correre per il sempiterno corridoio, mentre alle minacce si uniscono diari che hanno da tempo superato la capienza di adesivi che mi sibilano accanto. Si sono unite le ragazze. Perfetto. Vedo un bagliore all’orizzonte, è una porta, la porta di lamiera con gli spigoli vivi, una delle ultime barriere rimaste ai bidelli d’oggidì. Sono sempre più vicini, li sento. Manine sudate pronte a ghermirmi. La memoria torna prepotente, e riscopro a cosa serve il marmo nelle hall: scivolo al di là della porta, mi giro di scatto e la chiudo, un attimo prima che la terribile moltitudune ci vada a sbattere contro. Dalla pila di banchi dietro i quali si è barricato, il bidello mi lancia un mocio, che incastro tra le porte. Non resisterà molto, ma senz’altro quel che basta per finire le medie per la seconda e spero ultima volta nella mia esistenza. Non ho nemmeno il tempo di ringraziare il bidello, ma lui in fondo ci è abituato, chi sceglie una vita dura senza un attimo di tregua come la loro non si aspetta niente. Emh, va bè. Mi lancio giù dalle scalette esterne e mi rendo conto di quanto fosse azzardata la similitudine che avevo pensato per le rase. Salvo, per un pelo.

Gli eventi non mi avevano ancora permesso di pensare bene a quello che dovevo fare, ma ora che ero riuscito a mettere una cancellata tra me e il sig. La Morte, mi rendevo conto che no, io non avevo proprio idea di cosa dovevo fare. Cercare Faroldi. Eh, si, fai presto a dirlo. Dove guardo, sull’elenco? Ma hai idea di quanti ce n’è? Chiedo informazioni? E a chi? E anche ammesso che fossi riuscito a trovare il Faroldi, poi quando ce l’ho davanti cosa gli dico? «Uei Faro, come andiamo? Tutto a posto? No, perché praticamente c’è una tipa no, che è tipo una dea no, e che praticamente ma detto che… bò, non so, però si gode, o no?». Ma d’un tratto, qualcosa attirò la mia attenzione: era un pilastro. Un piccolo pilastro lavorato, con appoggiato sopra una stampante ad aghi per modulo continuo 25 x 14" grammatura 60g per metro quadro. Cose che non si trovano tutti i giorni per strada, non 25 x 14", figurarsi. Mi avvicino per cercare di capire il perché di un formato di carta così insolito quando, improvvisamente, la stampante inizia a mandare fuori la sua lingua di cellulosa bucherellata.

 

 

- fine quarto episodio -



Vi saluto, state bene!!


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Natale è, se vi pare

martedì, 25 dicembre 2007
17:37
In: natale, holidayonice, avguri

Inconfutabile, la data di questo post ne decide i contenuti. Chi mi conosce, o chi perlomeno mi legge, sa che la mia parvenza di lucidità la perdo sotto Natale, come dire, mi piglia piuttosto bene, e faccio del mio meglio per far ben pigliare chi mi sta intorno. Spesso con l'unico risultato di portare maggior fastidio di quanto non avessero prima le sfortunate vittime per la festività comandata in questione. Ma tant'è. Sembra quasi che sia affar mio, mio personale, e quindi mi comporto di conseguenza. Forse è il compleanno appiccicato subito dopo (anche quest'anno continua ad essere domani, e mi fa troppo ridere sentire gente che mi conosce da un numero considerevole di anni che si stupisce ancora), forse in fondo è l'animo che tira un pò il family movie domenicale (ma solo a dicembre, eh, non ci allarghiamo) ma così è, provo, tento, mi arrabatto per convincere gli altri che si, sono matto, ma non così tanto.

Credo che tra tanti anni, quando sarò più grande (so che fa un casino bambino di 5 anni e mezzo dire "quando sarò più grande", ma è inutile che ci prendiamo in giro, noi siamo bambini di 5 anni e mezzo, perlomeno fino ai trenta, spesso fino ai quaranta, a volte a vita, e se qualcuno di voi non lo è, bè, mi spiace davvero) mi ricorderò di quest'anno qua, il duemilasette. Che se uno si ferma un attimo a pensarci su fa venire in mente il futuro come lo si vedeva negli anni '70, viene in mente che io non dovrei girare con una Punto ma con i retrorazzi, viene in mente che l'unico limite che mi impedisce di andare sulla luna oggi è che per Natale sospendono gli autobus, e invece no. Disdetta. Ma quando coi retrorazzi ci girerò davvero, e perdio se ci girerò, che caspita, e mi capiterà di ripensare all'anno che è quasi finito, lo ricorderò nei minimi dettagli. L'effetto cesoia affilata, il cambio netto, il discrimine tra il prima e il dopo, tipo il crollo dell'impero romano o quelle robe lì. Ovvio che non è che oggi c'è l'impero romano e puf domani zero impero, fiumi di birra e uomini coi baffoni biondi, si dice sempre una data ma i passaggi sono graduali. Bè, diciamo che la mia data simbolica è senz'altro quest'anno. Non saprei dire se io non sono più lo stesso piciu dello scorso 25 dicembre, o tutto l'intorno è diverso, fatto sta che qualcosa è cambiato. Qualcosa? Diciamo pure un sacco di cose.

Niente paura, non parto con l'elenco delle cose, non sono ancora caduto così in basso, io e il mio blog abbiamo ancora uno straccio di dignità. Tra l'altro devo sbrigarmi che poi dopo devo mettere nel template l'ultimo adesivo glitteroso strafiko che trovato ics caso, fì, giù di melon. Ma il Natale, come si diceva sopra, becca così. Avrei potuto avere l' hobby dell'intaglio del compensato e magari avrei fatto un candelabro a sette bracci con complicati incastri. E invece pigio tasti. A paglia, sai com'era fico un candelabro? Il Natale, se non altro per il gran numero di tempi morti tra pranzi massacranti e cene massacranti che ti dona, fa pensare. Ti lascia il tempo di guardarti indietro, da fermo, fermissimo, immobile sul divano che sembra essere stato appena ricoperto di loctite. E io, guardando indietro, vedo tutte le cose che ho fatto, quelle che non ho fatto, quelle che sono capitate, quelle che ho fatto capitare. Riesco a vedere le persone che conosco sul lungo periodo, e a trarre conclusioni. Posso apprezzare, come a volte stupidamente non si riesce a fare sempre, le persone che ho di fianco, tutte, nessuna esclusa, che solo per il fatto di essere di fianco significano ben più di qualcosa, per quello che a loro volta hanno o non hanno fatto, per come sono e come non sono più. Posso capire, perfino io, suclone come pochi, quanto dannatamente sia fortunato ad avere una persona così vicino a me. Dannati family movies, mi avete rovinato.

Di anni come il duemilasette mi auguro vivamente non ce ne siano poi così tanto spesso, perchè se no ce ne viene davvero una gamba, ma perdio, tiriamo le somme, grazie della visita duemilasette.

Spero di cuore possiate passare un Natale lontani per quanto è possibile dal torpore inevitabile, che riusciate a fare quello che vi pare, non escluso odiare e disprezzare il Natale stesso, che in fondo è buono e da il tempo anche per fare quello e che, in sostanza, troviate la voglia, come me, di perdervi nei maliconici e nostalgici discorsi che non portano a niente, così come del resto quasi tutte le cose belle.

BUON NATALE, VA LA'.

Vi saluto, state bene!


Ah, e non temete, il poema epico si è preso una piccola pausa, concessa dall'editore allo scribacchino, ma, come dice mia nonna, "l'anno venturo" continuerà di certo.


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III - Se, co dit.

martedì, 11 dicembre 2007
12:59
In: diaro clandestino, epicita aziendale

Riassunto delle puntate precedenti: il nostro viene contattato dalla dea delle operatrici segretariati che gli affida una misteriosa missione, trovare il Faroldi. Subito dopo viene però stirato da un bus e si ritrova in un aldilà fatto di uffici. Sopravvive a stento all’impiegata della reception e cerca di trovare il modo di tornare indietro.
 
III 
 
Solitamente, è proprio quando sembra che tu sia in fondo alla cosa, a cavallo, a campo vinto che in realtà si scopre che sei lontano dal tuo obiettivo come gennaio dalle pesche. E anche in quel frangente, una volta preso il numero, capito dov’era l’ufficio, visto persino in faccia l’impiegato con cui avrei dovuto parlare, mi vedevo già in groppa al sopra citato cavallo. Se, co dit.
 
Il mio fogliettino sputato con livore dall’ostile macchinetta diceva 203. Mi sposto tra la selva di seggioline in lamiera imbullonate un po’ troppo vicino per risultare comode, e prendo posto. Davanti a me, una fiera bramosa delle mie carni: dieci metri quadri di schermo ai cristalli liquidi, come se si fosse da un enooooorme salumiere. Salve, mi dia una tonnellata, una tonnellata e mezzo di mortadella, tagliata un po’ sottile se riesce, per cortesia. Il numero sullo schermo era diverso da quello del foglietto. Forse un po’ troppo diverso. Ma dov’era il problema? Si sta lì, si aspetta un po’ e siam già a posto. Se, co dit. Mi guardo intorno, ci sono uomini affranti, donne che piangono, uno che guardando con occhi di fuoco il suo bigliettino numerato urla “perché”. C’è anche chi si è organizzato per l’attesa, e con qualche prospetto informativo raccolto da un qualche treppiedi ha improvvisato una capanna dove invitare i vicini a prendere un buon bicchierino di plastica di “bevanda al gusto di the” della macchinetta. Non so se è un buon segno. Ecco cosa potrei fare però, pigliamoci un coffee. Trentuno. Non c’è mica pericolo, posso andare tranquillo. Trentadue. Noto però che c’è la fila alla macchinetta. Una signora con una spilla discreta, che ha compromesso l’intero ecosistema della barriera corallina nel mar dei sargassi raffigurante un ghepardo a bordo di un hovercraft nella cui zampa regge fiero un cartello con sopra vergato in piccole lettere dorate le parole “dai, a regola sono di buon gusto”, dall’aria assorta, inserisce le monetine per ricevere una “bevanda al gusto di caffè”. Trentatrè. Faccio per avvicinarmi ma vengo preceduto da un omone ben piazzato, quasi un due ante, con folti baffoni da Villane People e la testa lustra come una palla da biliardo, evidentemente amico della signora_ghepardo_hovercraft, che si fionda ad offrirgli un qualche surrogato caldo. E’ vestito tutto di blu, e sicuramente si era fatto offrire una “bevanda al gusto di bevanda al gusto di cioccolata”, me ne rendo conto dal penetrante odore che emana, quasi da star male. Penetrante si, ma con Nesquik. Trentaquattro. Quando sto ormai per girarmi e tornare alla mia attesa, il pelato cioccolatoso si gira, mi fissa e giocherellando con la sua collanina, che spicca su un collo più adatto ad un aratro bivomere che a graziosi monili, scoppia in una fragorosa risata. Tipo come se mi fossi scordato la bottega aperta, o cose così. Ventidue. Umh. In quell’istante, il dubbio mi travolse come una slavina. Forse la gente non è che non torna dal regno dei morti perché non può, o non vuole. Novantuno. No. Penso si stufi prima ad aspettare e rinunci. Dodici. Ma non sarebbe stato il mio caso, non potevo permettermelo. Milleseicentocinquantadue. Io lo dovevo trovare, Faroldi. Mica balle. Pena la flagellazione a colpi di togli graffette. Tre. Torno mesto al mio posto sulle lamierose seggiole. Duecentouno. Fisso senza sbattere le palpebre lo schermo. Duecentodue. Sentivo che c’ero. Che era il mio momento. Il mio glorioso trionfo fra due ali di folla ugheggiante era lì! Dietro l’angolo! Duecentoquattro. Se, co dit.
 
Non stavo percorrendo la strada giusta. E no. Guardo verso la macchinetta delle bevande al gusto di bevanda. La mistress del buon gusto sta prendendo l’ottavo e di certo non ultimo bicchierino dello scorso quarto d’ora e il testimonial ideale della campagna per spiegare ai metallari che no, i capelli lunghi non durano per sempre apre una porta nella parete di fronte. Dallo spiraglio, intravedo una scala in ferro battuto che mira verso l’alto. La mia via di fuga. Scatto. Pesto i piedi ad un paio di persone sedute accanto a me, che si mettono ad inveire. Non m’importa. La signora fine mi vede, capisce quel che voglio fare, ma sta bevendo, e per la concitazione del momento gli va di traverso la “bevanda al vago sapore di bevanda che sa un po’ di cappuccino” e comincia a strangossare. Non m’importa. Sento che qualcuno comincia a corrermi dietro, io rovescio il dispenser della bevanda al gusto di acqua fredda per rallentarli, ma non gli importa. Lanciato verso la porta, incontro ancora lo sguardo del pelato coi baffi alla Peppone, che però non cerca di fermarmi, ma rimane a fissarmi col suo ghigno beffardo stampato in faccia. Non ho tempo di chiedermi perché faccia così, non me ne curo. Non mi tange. Non me ne cala. Dai, va là, non m’importa.
 
Corro a perdifiato, corro fino a quando non ho la gola in fiamme, fino a quando ricordarsi qual è la milza e qual è il fegato non è più un problema, perché tanto fanno male tutte e due uguale. Arrivo stremato in cima alle scale, senza il coraggio di guardarmi indietro, rimasto da qualche parte con il fiato. Curioso che anche da morti si continui a non avere il fisico. L’usciere, un ometto anziano, canuto, alto uno e suffla, mi dice con una voce che richiama da vicino la voce dei vecchietti dei western in bianco e nero: <Quella è la porta che conduce al mondo dei vivi; poso lasciarti passare, ma solo in due maniere>. Mi fermo, e lo ascolto, a questo punto posso fare qualsiasi cosa. <Puoi cedermi la tua anima come pegno, o puoi fare una firmetta qui ed entrare nel fantastico mondo de “IL CIRCOLO DEI LETTORI”! L’iscrizione ti da automaticamente diritto ad un REGALO DI BENVENUTO e ad ulteriori supersconti su tutti i libri in catalogo, incluse le ULTIME NOVITA', che ti verranno recapitati comodamente a casa e…>. Lo fermo con un gesto della mano. Diciamo quasi qualsiasi cosa. <A lei l’anima, la saluto, stia bene>. Mi butto a rotta di collo verso il maniglione antipanico della porta e la attraverso.
 
- fine terzo episodio -
 


Vi saluto, state bene!


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If it sounds dangerous,
Do not try this at home or at all.
And if it offends you, just don't read it


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E per il momento, non mi stanno a cuore le vostre diottrie. E quindi no, non ho intenzione di cambiare questo fastidioso template verde su nero.